Un mondo diverso è possibile. Genova dieci anni dopo il G8

Dieci anni fa a Genova si riunivano gli otto Paesi più industrializzati del mondo. Sempre dieci anni in Piazza Alimonda moriva un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani.

Non era certo la prima volta che si manifestava contro i potenti della Terra, era già successo in Svizzera e a Seattle. I genovesi avevano specificano che la struttura della città, i vicoli così stretti e molte probabili vie di fuga, non rendeva Genova adatta ad ospitare il G8. Nessuno aveva avuto modo di far cambiare idea così si decide di dividere la città in zone.

La zona rossa è quella a cui nessuno può accedere se non i protagonisti del G8. Vengono chiuse le ferrovie e i porti. All'aeroporto, per paura di attentatim vengono date disposizioni per i missili terra-aria. In città arrivano circa 700 gruppi di manifestanti da tutte le parti del mondo che chiedono di fare scelte sagge e coraggiose, nel rispetto della povertà nel mondo. Il loro slogan è: Un mondo diverso è possibile.

Ma come in tutte le manifestazioni inizialmente pacifiche si inizia ad organizzare atti di vandalismo contro banche e negozi oltre che nei confronti delle forze dell'ordine. Si insinunano nelle manifestazioni e non si riesce a fermare coloro che disturbano il corteo lasciando i manifestanti pacifici nelle mani delle forze dell'ordine e a subirne le conseguenze. I poliziotti si vedono costretti a reagire buttando nella mischia donne, giovani, anziani e anche contadini contro gli OGM.

Ma è nella giornata del 20 luglio che si hanno gli incidenti più gravi. Non si tratta più di qualche atto vandalico fine a se stesso ma si arriva al lancio di molotov, all'incendio delle auto fino ad arrivare in Piazza Alimonda dove questi atti si trasformano infine in tragedia.

Uno tra i tanti cortei no autorizzati vede l'arrivo dei carabinieri che tentano di riportare l'ordine e respingere i contestatori. Una delle auto delle forze dell'ordine, una Land Rover, resta chiusa tra un gruppo di giovani e un cassonetto. Un uomo lancia all'interno della vettura un estintore che un carabiniere lancia nuovamente all'esterno.

A questo punto Carlo Giuliani, la vittima, fa per lanciarlo a sua volta quando si sente uno sparo. Il colpo parte dall'arma del carabiniere Mario Placanica. Giuliani cade a terra, ancora vivo. E ancora vivo è quando la camionetta gli passa sopra due volte senza soccorrerlo. I carabinieri tentano di incolpare i manifestanti dell'incidente, urlando che è stato colpito con un sasso. Ma così non era. E a smentire le parole degli ufficiali sono le riprese televisive che hanno ripreso tutto.

La stessa sera le forze d'ordine assaltano la scuola Diaz, pestando chiunque si trovi all'interno. 93 persone vengono arrestate senza mandato di cattura e si contano 63 feriti ufficiali. Al processo verrano condannte in appello 44 persone al risarcimento dei danni agli arrestati ma tra i 300 arrestati di quei giorni, neanche un Black Bloc. Ma non tutti i reati sono stati condannati. I responsabili delle violenze perpetrate a Bolzaneto non hanno subito condanne perchè non è previsto il reato della tortura nel nostro ordinamento. Non molto diversamente è andata per la morte di Giuliani il quale non ha responsabile in quanto non c'è stato un processo.

Come se non bastasse oltre al danno anche la beffa. L'allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli, disse di non aver notato niente di strano dopo aver visitato la caserma. Scajola, ministro dell'Interno, disse di aver dato ordine di sparare a chiunque si fosse avvicinato alla zona rossa correggendosi in seguito e affermando di aver chiesto di alzare il livello delle misure di sicurezza. I giornalisti invece raccontano che nei luoghi in cui i Black bloc colpivano, le forza dell'ordine o non c'erano o chiudevano un occhio su cosa succedeva.

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