Marchionne. "Fiat. Ci ritireremo da due stabilimenti in Italia, senza costi competitivi"

Marchionne ha vuotato il sacco in una lunga intervista al Corriere della Sera.
L'amministratore delegato del Gruppo Fiat Chrysler ha tirato fuori il bastone e la carota, ma, come logico, ha avuto più impatto il primo della seconda.
Non è bastato l'incoraggiamento iniziale. “In poco tempo, con il nuovo governo, l'Italia ha dato l'idea di un paese che sta svoltando”.

Ha criticato l'articolo 18. “Esiste solo in Italia. E le imprese estere non lo capiscono e non vengono a investire”. E anche la Cgil di Camusso. “Con Epifani si ragionava, Camusso parla troppo sui media e poco con noi”.

Altro tasto dolente, gli stabilimenti Fiat in Italia. Atessa, Cassino, Melfi, Mirafiori e Pomigliano. “Staranno al loro posto se riusciremo a cogliere l’opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti. Abbiamo tutto per farcela, ma ma se non accadesse dovremmo ritirarci da due di questi stabilimenti: Ci salveremo solo esportando in America. Servirebbe che l’Euro si  indebolisse verso il dollaro e tutta l'Europa presentasse prodotti innovativi”.
L'esempio americano, tutto in casa, è virtuoso “Chrysler è tornata al profitto con le sue forze. Solo adesso con la Dart (l'Alfa Giulietta americana) venderemo negli USA il primo modello a tecnologia Fiat”.

Sergio Marchionne si augura niente incentivi per il futuro. “Mi attendo che il governo non li dia. Li ha chiesti anche Fiat, sbagliando, perché hanno sostenuto al 70% le vendite dei concorrenti”.

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